Archive for the 'torino' Category
Musei ottocenteschi, parte seconda
Sabato abbiamo visto il meravigliosamente disgustoso Museo di Anatomia Umana dell’Università di Torino.
È vermente ricco di reperti macabri e vagamente disgustosi, ma molto interessanti. Tra l’altro è abbastanza bene documentato sia in italiano che in inglese, ed era pieno di bambini. Vivi intendo.. perché di pezzi di bimbi, e di uomini, di donne, scheletri teste cervelli e altre parti che non voglio nominare, le teche erano piene.
Abbiamo appreso che tra la fine del 700 e la metà dell’800 Firenze aveva una scuola anatomica di preminenza europea, da cui uscivano modelli in cera di corpi (spesso aperti, ovviamente) ricercatissimi. Da cui i famosi Scorticati Fiorentini.
Abbiamo visto un modello francese, più tardo, ma molto ricercato anche esso, in cartapesta, in cui ogni pezzo, numerato, era asportabile.
Abbiamo visto il modello in cera di un tronco di donna che sta partorendo, sventrato per permettere di vedere il tutto, con anche le due mani dell’ostetrica (modellate in cera, mozzate sopra i polsi) che entrano col forcipe nella vagina della partoriente.
Vi sono cervelli di delinquenti, calchi di crani e teste celebri (Cavour, Napoleone) e meno celebri (dei briganti locali: la Iena di San Giorgio e il Dragone di Caramagna)..
Abbiamo visto il teschio di un vitello bicefalo
Mi sono commosso vedendo scheletri di bambini, dal primo mese, piiiiccolo, fino ai feti più maturi. Cuccioli di uomo.
Nessun commentoMusei ottocenteschi, parte prima
Sabato finalmente con amici (tra cui Lord Pappadhum) abbiamo visto due divertenti musei torinesi, molto ottocenteschi: il museo Lombroso (di cui ho foto solo degli esterni) e il museo della frutta artificiale.
Di Lombroso, volenteroso scienziato imbevuto di un curioso misto di positivismo deteriore e di socialismo, altri diranno meglio: comunque non tutto dell’uomo è da buttare: ad esempio le sue idee sulla pena carceraria, sulle pene alternative, e sulle spiegazioni (e relative soluzioni) per debellare alla radice alcune forme di crminalità (spesso, correttamente direi, imputate a fattori esterni e di iniquità sociale e politica).
Ricordiamo inoltre le collezioni di crani di criminali.. tra cui, curiosamente, parecchi etichettati con “Sardo di Iglesias (Cagliari)”. Evidentemente nella scala evolutiva ottocentesca il Sardo di Iglesias (e non di Sassari) era particolarmente interessante.
Il vestito del brigante Gasparone, un folcloristico misto tra un mariachi, il vestito dei Tres Amigos e un costume da carnevale. Per nulla mimetico, di colori sgargianti.
Il kit del ladro cambrioleur quasi della belle epoque, tra tantissimi corpi del reato: torcia elettrica (sorprendentemente piccola), grimaledlli, pugnale e … mascherina copri occhi. Quella che ora si usa solo a carnevale, e che copre solo il contorno occhi. Per intenderci, quella che indossa il ladro inglese che ruba le botti con la pozione magica in “Asterix e i Britanni”. Quella che nessuno sano di mente userebbe, perché non nasconde le fattezze. Curioso. Come curioso il pugnale rituale del 1860 o iù di li, con didascalia quasi coeva “Pugnale rituale usato nel rito di passaggio del picciotto quando questo entrava nella camorra”. Alla faccia di chi dice che la camorra non esiste.
Il secondo è molto curioso: un professore pomologo della seconda metà dell’ottocento torinese ha riprodotto centinaia di frutti, con dimensioni, peso, apparenza e colore pari all’oroginale. Mi piace qui ricordare la Bigia di Giaveno, bella mela delle nostre colline. C’era anche una pera, la Tetta di Venere, mi sembra. Tantissima frutta, tantissime mele, pesche, ecc..di cui probabilmente si sono perse le tracce.
Qui i link:
Museo Lombroso
Museo della frutta
La grande nebbia
La Mole nella nebbia è un spettacolo inaspettato. La guglia è persa e tutto sembra sospeso. Su cosa, direte? Boh. Sembra. Bello
L’alba magica in collina
È sempre bella, e malinconica, la città la mattina, ma questa volta in riva al Po Torino era più che altro magica.

Metavisione Rossa
Per inagurare la stagione estiva, il Traffic di Torino decide di proiettare, il 9 Luglio, Profondo Rosso, presentato dal regista Dario Argento, e con la colonna sonora originale suonata dal vivo, sotto lo schermo, da Claudio Simonetti e il suo gruppo. E per aggiungere un tocco metafisico la proiezione è in piazza C.L.N.: fondale privilegiato per alcune memorabili scene del film.
Folla da grandi occasioni che scopre, temo complice la gratuità del film, la propria cinefilia estiva. Alcuni incivili, visione scomoda, ma molto emozionante la musica e la piazza e la metavisione della stessa piazza sullo schermo.
Confesso ahimè di essere andato via dopo mezz’ora causa la ressa e complice una donna misteriosa.
2 commentiZona Tabacchi
Una zona che, pur essendo a Torino, sembra presa di peso da un qualche ridente borgo tra le colline emiliane, la zona vicino alla ex Manifattura Tabacchi, dietro il Regio Parco, mi ha riservato queste sorprese.
Nelle foto via Maddalene, pedonale, verso corso Regio Parco. La manifattura tabacchi e l’asilo, in corso Regio Parco quando sfocia in piazza Abba, e la chiesa S. Gaetano da Thiene nella via omonima.
Mondiali dell’aria WAG2009
Durante il Mondiali dell’Aria di Torino si svolge una mostra sui simulatori alle, sempre belle, OGR. La mostra in sé prometteva molti simulatori. Per la verità un po’ deludenti. Carina invece la cornice e la mostra di vecchi (anteguerra, intesa come ante di tutte le 2 guerre) simulatori. Il più carino è certamente il Link Trainer, costruito dal signor Link alla fine degli anni ’20 in america, sfruttando le sue competenze di organista, per dare movimento al simulatore e realismo agli strumenti!
Nessun commentoTorino e il G8
Due foto del Valentino subito prima del G8 delle Università, ennesima panzana priva di senso.
Le Nuove (carceri) e le giovani leve
In coda al 25 aprile, per caso, ho fatto una bella visita al carcere delle Nuove di Torino. Atmosfera da carcere ottocentesca, acuita dalla pioggia battente. Il carcere ha 6 bracci più un’ala femminile che è l’unica che conserva l’impianto originario con le celle su balconate che si affacciano su uno spazio unico centrale. Da qui visita al terribile braccio “tedesco” usato dai nazisti tra il ’43 e il ’45, e le celle sotterranee dei condannati a morte dove, tra gli altri, transitarono tutti i martiri del Martinetto. Come “curiosita’” del periodo carcerario regio, che terminò solo dopo la guerra, con strascichi fino agli anni ’70, ne cito due:

il carcere era di isolamento puro: celle singole, ora d’aria singola. Ora i cortili sono stati rifatti negli anni 70 con altissimi muri e divisi in rettangolini (q.v. foto). Ma prima (si veda foto della foto) ogni cortile aveva un recinto circolare diviso in 24 spicchi, ogni spicchio separato dall’adiacente con mura alte 2 metri e 20 e chiuso verso la circonferenza da una grata. In ogni spicchio un detenuto poteva fare la sua ora d’aria, controllato a vista da un unico guardiano situato in una torretta centrale, che così in un solo colpo d’occhio poteva abbracciare tutti e 24 i detenuti nei rispettivi spicchietti.
Stesso principio valeva per la messa (o le lezioni dei maestri del carcere, sempre tenute nella cappella). I detenuti potevano assistere da quelli che sembrano spioncini (q.v. foto). Dietro ogni spioncino un cubicolo di 80cm x 2metri, cella individuale con finestra incassata, che permetteva di vedere l’altare, ma impediva di vedere altri detenuti.
Naturalmente, nel periodo “tedesco”, tutte queste facezie non c’erano. Si veniva chiusi dentro, senza ora d’aria, senza brandina, senza niente.
- La corte centrale, al centro di 4 bracci
Il principio del “panopticon”. Dal ballatoio interno della corte un solo secondino poteva, girando, controllare a vista 4 bracci del carcere.
La vista da una porta verso una sfilza di celle.
Da questo “cassetto” che veniva sporto sulla corte centrale, un secondino poteva sedare con potenti idranti le rivolte dei detenuti
- La scala a chiocciola della corte centrale portava alle celle dei condannati a morte
Il braccio femminile con le celle disposte al pian terreno e su due ordini di balconate
Nuove leve in occasione del 25 Aprile. Non tutto è perduto..
A proposito del “panopticon“: immaginate che la vista dei carcerieri ottocenteschi si apriva non su celle disposte (come in foto) in piani singoli, ma sempre su ampi spazi (come quello, nella foto, della sezione femminile). Girando dunque sulla balconata interna della corte centrale, e fermandosi ad ogni grata che dava su un braccio, si “abbracciava” con lo sguardo tutta la situazione interna, di 3 piani di celle, braccio per braccio. Inoltre i detenuti erano chiusi in cella 23 ore al giorno, dunque, c’era poco da vedere.
Lo stesso principio di “economia” dei guardiani vigeva nei cortili per le ore d’aria.




































